C'è stato un sogno, una volta, che era Roma. Si poteva soltanto sussurrarlo. Era cosí fragile. ... sarà realizzato! [Marco Aurelio, in Il Gladiatore, di Ridley Scott]
Il nomignolo gli era stato affibbiato da una sua amica, una strana sgrinfia alla quale lui consentiva tutto. Nessun altro s’osava chiamarlo così, ben sapendo che la sua mitraglietta sarebbe entrata immediatamente in azione.
Il tutto era successo un giorno che nel loro puzzolente sottoscala lui, forte del suo Io, le aveva chiesto cosa non le piacesse di lui. Lei, furba di tre cotte non s’era sognata nemmeno per un secondo di dirgli ciò che realmente pensava. Però, anche se per accorgersene bisognava scavare sotto una tonnellata di parolacce, era sveglia e sapeva che lui avrebbe interpretato la mancanza di risposta come desiderio di non dire la verità. Gli aveva detto, così, di non gradire troppo i radi peli che lui aveva sulle braccia. La lanetta.
Dopo qualche giorno, Frank era stato definitivamente ribattezzato Franch Lanetta.
C’ho pensato tanto in questi giorni ed alla fine eccomi qui a scrivervi i miei buoni propositi per questo nuovo anno, il 2012. Ovviamente, dato che sono quello che sono, in fondo trovate anche quelli “cattivi”
Aumento delle attività imprenditoriali. Vogliamo aiutare sul serio l’Italia? Vogliamo veramente combattere la crisi? Io ho deciso che per farlo, invece che contrarmi in posizioni meno rischiose, quest’anno voglio aumentare le mie attività personali e delle aziende per le quali collaboro. Più corsi, più consulenze, più attività di cucina. La cosa si traduce con maggiori necessità di collaborazioni (quindi altri lavoreranno con me), con più reddito, con più soldi fatti girare.
Ovunque si vada, si sente gente parlar male dei politici. Bar, forum, Facebook, supermercato. Tutti a criticare, lamentarsi, dare del ladro e addirittura c’è chi parla di “sterminare”.
Ok, i nostri politici non saranno molto amati, ma noi siamo sicuri di essere tanto meglio di loro?
I politici sono fatti della nostra stessa carne, sono nati da donne e uomini italiani, parlano la nostra stessa lingua, hanno frequentato le nostre scuole, sono andati nelle stesse chiese. Sono a tutti gli effetti il prodotto massimo di ciò che in potenza c’è in ognuno di noi. Sono frutti del nostro seme.
Piantiamola di criticarli a partito preso, dovendo per forza dare a loro colpe che sono anche nostre.
Dato ke l’ho scritto sui vari social ke frequento, Facebook, Twitter e Google+, mi pare giusto ke io lo scriva anke qui.
Ho deciso di riprendermi il tempo ke ogni giorno spreco aspettando ki è in ritardo, ki nn risponde alle email, ki nn fa le cose ke deve fare (xké poi le faccio io), ke dà sempre x scontato ke ttto vada in automatico, ke nn decide e soprattutto ke mi perdere tempo con consultazioni e decisioni in cui si parla di aria fritta, senza poi combinare nulla.
Intorno alle 18.30 esco dal mio ufficio in centro a Milano, dopo che lunghe riunioni di lavoro mi hanno fatto dimenticare chi sono, cosa voglio e cosa sono sul mondo a fare. Conta il ruolo, l’azienda, le necessità, le fideiussioni da sbloccare.
Lentamente m’incammino per la via, con la coscienza che fatica a liberarsi dalla gabbia giornaliera. I piedi, da soli, mi portano al solito bar Ambrosiano, dove un Negroni mi ricorda che fa male bere senza mangiare. Il cocktail è una scusa per mangiare gli stuzzichini o sono questi ultimi a giustificare la necessità di bere qualcosa per mandarli giù? I miei pensieri si trastullano su questo punto, indugiando, con un andamento ondulatorio che somiglia alla solleticazione di una clitoride mentale e che piano piano mi fa entrare in un mondo di beatitudine.
Ciao a tutti, ho pensato di approfittare di un video che ho registrato qualche giorno fa presso la Scuola di cucina maisazi per farvi vedere che faccia ho.
Sì, immagino, non è che ve ne freghi molto, ma non si sa mai, a volte capita che invece qualcuno ci tenga a vedere il viso delle persone di cui legge gli scritti.
Si svegliò di soprassalto con una sensazione di disturbo che faticava a mettere a fuoco. La sveglia sul comodino segnava le 5:02. Un fastidioso squillo tentava di farsi strada nella sua coscienza: era il telefono suonava, con il numero di Smilla sul display.
Si stropicciò gli occhi cercando di togliere la nebbia residua del sonno bruscamente interrotto, intanto che con una mano prendeva la cornetta e con l’altra si sistemava i genitali negli slip.
Devo fermarmi una settimana in Avio S.p.A, in località Tetti Francesi a Rivalta di Torino.
La segreteria prenota un albergo ad Orbassano. “Sono solo pochi minuti di macchina dall’azienda” – mi dicono ed in effetti è proprio così.
Rifletto sul fatto che un altro paese si aggiunge alla lunga lista di luoghi visitati nella mia vita.
Assieme a Mari arrivo prestissimo e decido di cercare l’albergo prima di andare dal cliente.
Il tempo è bello, ma tutto è ugualmente grigio. Molti capannoni, palazzine dormitorio, campagna un po’ desolata caratteristica delle zone industriali. Potremmo essere a San Giuliano Milanese e non ci sarebbe alcuna differenza.
Due bambini giocavano in un giardino. Lui amava far finta di volare e lei lo seguiva nei suoi volteggi. Con le braccia allargate e guardando verso il cielo, correvano in tondo scavalcando le panchine ed i piccoli muretti che delimitavano le zone gioco.
Una vecchina voleva attraversare la strada che delimitava il giardino, ma non osava muovere il primo passo a causa delle tante macchine che sfrecciavano.
Già, non so se Dio esiste, quale sia il suo nome, che faccia abbia e che lingua parli…
…ma se esiste, certo che è veramente un sadico
Ci ha creati, maschi e femmine, con necessità diverse, diverso schema mentale, obiettivi naturali diversi, funzione diversa. Poi ha inserito una stramaledetta attrazione reciproca ed ora se la ride guardandoci
Per qualche strano motivo ad alcuni toglie un 50% delle capacità celebrali e quelli sono gli unici realmente felici.
Mi fermo qui, sono convinto che il 50% di voi lettori, quelli con tutte le facoltà mentali attive, ha capito di cosa sto parlando
C’è una cosa positiva nell’andare avanti con gli anni ed è quella bella sensazione che si prova tornando in posti da cui si manca da molto tempo.
Sempre più spesso mi capita di andare per lavoro in luoghi nei quali ho vissuto lunghi o brevi periodi della mia vita.
I ricordi affiorano pian piano ed ognuno di loro ne richiama un altro. Odori, vie e facce ti sembrano ancora lì ad aspettarti, come il tempo non fosse mai passato.
Dalla mia finestra le vedevo avanzare lungo la strada verso la caserma militare, malvestite e sporche tanto che molte di loro non sembravano neanche donne.
Le sentivo gridare come ossesse invocando il ritorno dei loro mariti dal fronte occidentale, in un miscuglio di fragore, urla e facce stravolte, dalle quali, stranamente, si coglieva qualcosa di sereno, pacato. Non vi era traccia di violenza in tutto ciò. Nel corteo vi erano persino dei ragazzi ed una sventurata aveva un bimbo mal nutrito e sporco in braccio.
Su quest’ultima il mio sguardo si fermò più a lungo, attratto dalla strana aurea che permeava la donna. Povera, ma non dimessa, affamata, ma non piegata, urlante, ma tranquilla, sembrava chiedere ciò che credeva onestamente le spettasse: il proprio marito ed una vita semplice con un gioco e del pane per il figlio.
Sono passati molti anni dal mio viaggio a Malta, era l’estate del 1987, ma nonostante ciò molte cose mi sono rimaste impresse.
Gli scarafaggi. Era piena di scarafaggi. Si trovano per strada, al ristorante, in albergo, sulle macchine. L’unico posto immune, forse per l’asetticità, era la spiaggia. Lì si poteva dormire tranquilli. Non ne trovammo mai.
Poi trasferendomi a Milano, scoprii che anche la mia città preferita in Italia ne è piena. Ormai ho molto rivalutato Malta, per quest’aspetto, e gli scarafaggi non mi impressionano più tanto come allora.
Per quarant’anni ho creduto che mi piacessero i fumetti, leggere, le donne, viaggiare, la cucina e la musica, ma solo oggi, a cinquant’anni, ho capito che in realtà questi sono solo il mezzo per avere qualcos’altro.
Se tutte queste cose le faccio da solo, se qualcosa non mi si muove dentro, mi annoio.
Perché sei qui, vicino a me? Tu non sai che lei ha preso un’altra via? Forse per sempre… Il suo volto, il suo sorriso…
Non sta più con me ed io resto qui, con qualche amico che mi dice che la vita va avanti lo stesso mentre io gli vorrei dire che lui lo dice perché non sta al posto mio.
Era piegata sulla ginocchia, le gambe leggermente allargate, i seni contro il materasso, il viso sul cuscino, mentre lui da dietro, divaricandole leggermente i glutei, col glande premeva per passare tra le piccole labbra.
Le piaceva molto e per sentirlo meglio contraeva i muscoli della vagina per opporre una resistenza che aumentava la sensazione di essere riempita dal suo membro. Lo voleva dentro sino in fondo, ma lui non pareva averne l’intenzione. Continuava a far entrare ed uscire solo la punta, facendole sentire il ritrarsi dei residui dell’imene, la pressione nella primissima parte del canale e la successiva frizione causata dal lento ritrarsi.